Sul documentario “Kajin dov’è la vita?”

Questa volta Officina Solidale si è spinta oltre il suo solito orizzonte, è volata altrove. Ci ha riunito sabato scorso 18 febbraio nel pregevole ambiente delle Stanze della Memoria e ci ha immobilizzati per 40 minuti di fronte ad immagini di dolore così  vive e vicine, da sentire sulla nostra pelle quelle ferite e quella disperazione e lasciandoci, tutti noi spettatori, sebbene non sprovveduti, attoniti e spauriti. Mi riferisco a Kajin dov’è la vita? un documentario sui campi profughi allestiti  in Grecia quando una popolazione,  che tentava di scappare dalla guerra e dalla violenza da questa scatenata, si è ritrovata rinchiusa, perché non voluta, da muri, filo spinato, gendarmerie in territorio europeo.  Intensa opera realizzata dalla Carovana Resistente e Solidale,  costituita da varie associazioni che operano nella Calabria, da dove  è partita col suo carico di aiuti materiali e determinata a portare a quella gente un segno di umanità e civiltà. Calabria terra maltrattata e vilipesa a soccorrere gli ultimi della terra, in questa nostra epoca di tragedie umane indicibili ed inarrestabili.

Dentro le Stanze circondati dalle mille facce appartenute ai mille corpi che hanno fatto grande la storia di Siena, e non solo, nei corridoi che parlano ancora a gran voce delle lotte di resistenza che hanno condotto alla liberazione di tutti e alla libertà di ciascuno, le immagini che si susseguono sullo schermo diventano grida insopportabili, occhi dilatati e mani enormi che fuoriescono come a voler raggiungere  quei volti appesi a pareti cariche di memoria e di forza indelebili, a cercare comprensione e fratellanza  e lasciano a noi, nel mezzo di questo spazio, il peso incommensurabile del confronto e della responsabilità.

Come può ripetersi la Storia e  nuovamente  con tanta crudeltà e brutalità? E come la stessa storia può ripetersi dentro l’Europa, che volevamo fosse terra di popoli e di pace, di integrazione e solidarietà, contraria ad ogni forma di discriminazione e indifferenza? L’incapacità di gestire un’emergenza assolutamente importante ma non  impossibile, dà fiato a tutti quei nazionalismi e fascismi più o meno latenti che, aiutati da parole d’ordine come terrorismo, minacce, paure, alimentano nel le tante coscienze assopite bisogni di epurazione, avversione e razzismo.  Ma accanto, anche tanta generosità di chi scende in piazza a manifestare apertamente la loro volontà di inclusione, come è successo a Barcellona pochi giorni fa e al grido “vogliamo accogliere” ha mandato un segnale preciso al proprio governo e al mondo intero che esiste un’altra visione dello stare insieme.

Gran parte del documentario è dedicata ai bambini e bambine, che sono veramente tanti, alcuni ignari altri più consapevoli , ma tutti costretti a vivere in condizioni impossibili, in ambienti  freddi e malsani, privi di acqua, di elettricità e dove spesso i genitori ricorrono a dar fuoco ai loro vestiti  per procurare un briciolo di calore,  come visivamente ci suggerisce l’immagine dei soli piccoli indumenti  appesi ad asciugare. Poi ragazzi e ragazze adolescenti che vorrebbero continuare gli studi e mettono in campo i loro desideri, diventare avvocata per difendere tutti i bisognosi del mondo o medico per onorare la memoria del padre morto che così avrebbe voluto per il figlio.  Infine adulti che non ce l’hanno fatta a resistere a tanta pressione psicologica e disumana e sono ritornati ai paesi d’origine, preferendo tra due morti quella vicina alla propria terra. Tanti accampamenti, alcuni mai visitati da nessuno, lasciati ai margini di un mondo che si vorrebbe far passare per sano solo perché chiudiamo gli occhi o ci giriamo dall’altra parte.  Uomini e donne che  chiedono di essere raccontati, fuori, vogliono che il mondo sappia, loro erano cittadini prima di diventare rifugiati, erano classe operaia, erano classe media, erano professionisti, erano normali persone come noi che li guardiamo ora su questo schermo che, per colpa di giochi politici, appetiti  geografici, sfide e poteri, si sono ritrovati privati dei loro beni e della loro vita. Gran parte curdi, segnati da un destino davvero crudele che li vuole combattuti da più parti, popolo forte e determinato, che ha difeso le sue terre dai terroristi del Daesh, ma considerati terroristi essi stessi da Stati come quello turco, dove i diritti umani sono solo parole di circostanza e con il quale l’Europa ha fatto un accordo di cui tutti noi dovremmo costantemente vergognarci. Belle le speranze del curdo intervistato che indica, mentre cerca con gli occhi le giovani donne, la futura speranza rappresentata dalle tante giovani potenziali madri che  potranno permettere a questo popolo di sopravvivere e vedere finalmente trionfare il loro desiderio di paese libero, unito e indipendente.

Che fare?  La carovana come tante altre associazioni, ong, gruppi più o meno autonomi, ha fatto la sua parte ma con un’attenzione maggiore,  perché in questo viaggio ha voluto coinvolgere giovani studenti  ai quali ha chiesto, come prezioso riassunto finale,  un documentario fatto interamente da loro, una visione catturata dai loro occhi, riprese che saranno testimonianza della loro sensibilità e del loro linguaggio, forse diverso ma sicuramente più incisivo e più vicino ai coetanei di tutte le scuole e paesi. Tanti modi e diversi di raccontare lo stesso dramma.

Il furgone rosso con la scritta ben visibile EquoSud, parte fondamentale della Carovana,  attraversa il filmato come un filo conduttore. Tanti qui lo conoscono come prezioso mezzo di trasporto per arance, limoni, bergamotti, che a periodi più o meno costanti riversa  nelle nostre case  accompagnato dai profumi inconfondibili della terra calabra. Oggi diventa utile staffetta, messaggio universale, diretta testimonianza di un viaggio difficile eppure fortemente voluto e  proteso   a unire popoli lontani eppur  vicini, ad abbracciare dolori che diventano speranze,  a confortare disperati che tornano a sorridere, a trasformare la rassegnazione in lotta, a sentire nel  profondo di ogni partecipante a quel viaggio e di  tutti gli spettatori  che quel viaggio seguono che siamo in tanti, che siamo i più, che possiamo resistere e andare avanti  perché questa nostra civiltà un giorno possa essere riscattata ed essere degna di chiamarsi così.

In mezzo alla visione di queste tante  immagini che si raccontano, Kajin è un’assenza, ancora per poco,  prossima alla nascita, come ci dice il padre a cui il documentario si affida come atto di chiusura, la terza di tre figli  il primo nato in Siria il secondo in Turchia e lei in Grecia, a rappresentare il viaggio di una vita che via via si alimenta e costringe sé e le altre a cercare altrove la propria esistenza. Ogni volta una speranza, ogni volta una delusione, dove è la vita? Nelle parole finali del padre si ripone anche la nostra speranza che Kajin” veda il contrario di quello che vediamo noi, che possa andare a scuola, avere una casa confortevole e possa diventare architetto per poi ritornare in Siria e ricostruirla”.